
Controllo di aver allacciato la cintura di sicurezza, la mano destra si allunga verso il pulsante della radio e l'apparecchio prende vita. Una voce allegra mi annucia poco traffico e sole. Dalla tasca dello sportello di sinistra prendo il fodero del CD che ormai ascolto senza interruzione: "Pooh". Con due dita estraggo il disco dal fodero e lo infilo nel lettore. Dodi battaglia attacca "Portami via". Cantto con lui.
Qualche metro di retromarcia, devo fare attenzione: quello mi parcheggia sempre più vicino.
Penso a te, innesto la prima e il motore sembra borbottare contento. Stacco lentamente la frizione. Le ruote iniziano lentamente ad avanzare. Pochi metri esauriti lentamente fino all'auscita del cortile mi permettono di indossare l'auricolare del telefono ed inforcare gli occhiali da sole. Un saluto al portiere che sta aprendo la guardiola e sono fuori. Penso a te.
Guardo il sedile del passeggero e ti immagino già seduta al mio fianco. La strada, a questa ora, è ancora completamente sgombra ed i semafori lampeggiano oziosi. Pochi cani portano a spasso padroni mezzo addormentati e con i pantaloni infilati malamente sul pigiama. Ci vuole poco per arrivare all'imbocco dell'autostrada. Il Telepass fischietta gioioso il suo permesso a transitare. Regolo la velocità appena sopra i centotrenta. I fari accesi illuminano la strada. Le poche macchine che sono sulla strada vanno più piano di me e si lasciano sorpassare senza difficoltà. I Pooh continuano a cantare; li ascolto senza sentirli. Penso a te, alla voglia di vederti, di abbracciarti, di stringerti, di non lasciarti mai più. Sono passati più di dieci giorni da quel saluto sulla porta di casa tua e non ti avevo più sentito. Quando poi, non me lo aspettavo più ha squillato il cellulare, ieri sera: era il tuo nome quello che leggevo sul display. L'ho guardato senza capire. Era troppo bello per essere vero. La tua voce felice, allegra, mi ha chiesto come stavo: "Ora bene!" ho sentito rispondere dalla mia stessa voce, quasi senza fiato. Mi hai detto che saresti arrivata oggi con il traghetto a Civitavecchia. "Ti va di venirmi a prendere? Così poi andiamo in ufficio insieme, tanto arrivo alle sette!".
Sono già in viaggio verso te.
Qualche metro di retromarcia, devo fare attenzione: quello mi parcheggia sempre più vicino.
Penso a te, innesto la prima e il motore sembra borbottare contento. Stacco lentamente la frizione. Le ruote iniziano lentamente ad avanzare. Pochi metri esauriti lentamente fino all'auscita del cortile mi permettono di indossare l'auricolare del telefono ed inforcare gli occhiali da sole. Un saluto al portiere che sta aprendo la guardiola e sono fuori. Penso a te.
Guardo il sedile del passeggero e ti immagino già seduta al mio fianco. La strada, a questa ora, è ancora completamente sgombra ed i semafori lampeggiano oziosi. Pochi cani portano a spasso padroni mezzo addormentati e con i pantaloni infilati malamente sul pigiama. Ci vuole poco per arrivare all'imbocco dell'autostrada. Il Telepass fischietta gioioso il suo permesso a transitare. Regolo la velocità appena sopra i centotrenta. I fari accesi illuminano la strada. Le poche macchine che sono sulla strada vanno più piano di me e si lasciano sorpassare senza difficoltà. I Pooh continuano a cantare; li ascolto senza sentirli. Penso a te, alla voglia di vederti, di abbracciarti, di stringerti, di non lasciarti mai più. Sono passati più di dieci giorni da quel saluto sulla porta di casa tua e non ti avevo più sentito. Quando poi, non me lo aspettavo più ha squillato il cellulare, ieri sera: era il tuo nome quello che leggevo sul display. L'ho guardato senza capire. Era troppo bello per essere vero. La tua voce felice, allegra, mi ha chiesto come stavo: "Ora bene!" ho sentito rispondere dalla mia stessa voce, quasi senza fiato. Mi hai detto che saresti arrivata oggi con il traghetto a Civitavecchia. "Ti va di venirmi a prendere? Così poi andiamo in ufficio insieme, tanto arrivo alle sette!".
Sono già in viaggio verso te.
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