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mercoledì 21 marzo 2007

Dado

piccola poesia
piccole mani
piccoli occhi

emozionato
mi guardi
emozionato
mi parli

voce che trema
cuore che batte
parola dimenticata

piccola poesia
per sempre
nel mio cuore

19 Marzo 2007 - festa del papà

mercoledì 31 gennaio 2007

ti ho pensato

Sono le 10.20. Il sole comincia ad alzarsi, il mare all’interno della marina è tranquillo, solo qualche lieve increspatura muove l'acqua aiutata da una leggera brezza che viene dal mare. Non è grande il porticciolo dove sei ormeggiata. I rumori delle persone che lentamente riemergono dalle cuccette, cominciano a riempire l’aria. C’è un bambino che piange a qualche barca di distanza, non disturba. Da quella a fianco arriva l’odore del caffè appena fatto e qualcuno ascolta la radio. Una delle drizze viene fatta urtare con dolcezza dal vento contro l’albero. Un rumore ritmico: ding,ding,ding. Qualcuno dovrebbe alzarsi e cazzarla un pochino. La barca è ormeggiata in andana, con la poppa verso la banchina. Il sole ti batte sul viso da destra, sei ormeggiata con la prua verso Nord. La bussola segna 35°. Dall’interno arrivano i rumori di qualcuno affaccendato a fare qualcosa, nella cuccetta dorme ancora la piccola. Sali i tre gradini che ti portano in pozzetto, guardi in alto. C’è qualche nuvola leggera, ma il sole è già tiepido. Un aereo attraversa il cielo con una rotta Sud-Est Nord-Ovest. Probabilmente diretto in Francia. Il sole si riflette sulle ali, sembra tutto d’argento. Dietro, due lunghe code di condensa firmano il cielo con un tratto preciso. Una bambina bionda, con un costumino giallo e rosso scende ridendo dalla barca di fronte. Il papà le è dietro, la sorregge un attimo mentre scende la passarella; lei ha un movimento brusco, lo guarda di sottecchi e gli spiega che ormai è abbastanza grande da farcela da sola. Lui sorride, con la mano le carezza i riccioli, resi ancora più ispidi dall’aria del mare. Da basso giunge la voce della mamma che ricorda di comprare qualche yogurt alla fragola e i corn flakes. I due si allontano, la piccola tende la mano verso il padre che senza pensarci la coglie dolcemente. Una coppia anziana, invece, ha già fatto colazione su di uno strano motorsailer, che probabilmente ha la loro stessa età. È tenuto con cura, con amore. Il teck è lucido e liscio, gli ottoni, di quelli che sulle barche moderne non si usano più, splendono nel livore del sole. In particolare sulla paratia di fianco alla porta c’è una campana. Un raggio di sole sembra giocare con la sua parte bassa: il dondolio leggero della barca fa muovere lentissimamente la campana ed il riflesso, con un movimento cadenzato ti arriva negli occhi con la precisione di un laser. Distogli lo sguardo per un attimo. Intanto il signore anziano che indossa pantaloncini blu corti ed una camicia di lino bianco, si è alzato, passandole dietro si è accostato alla moglie, con dolcezza le scosta i capelli dalla nuca, si guarda un attimo intorno e con amore la bacia sul collo. Lei si blocca un attimo, il suo braccio gira da dietro e con un movimento sinuoso gli accarezza il collo prolungando il contatto della bocca di lui sulla propria pelle. Lui si ritrae, sorride, le scosta da dietro la sedia e la fa alzare. Tu sorridi, intenerita. Forse stai pensando per un attimo a noi due. Ti siedi in pozzetto. Il sole nel frattempo ne ha approfittato per salire ancora un po’ nel cielo. Fa più caldo. Ti snodi il pareo a fiori blu che indossi. Il nodo sul davanti fa qualche capriccio, poi cede con voluttà. Si scioglie. Tu poggi il pareo sulla colonna del timone. Hai un costume rosso, mette in risalto la pelle che in questi giorni si è colorita. Non è rosso vivo, più un color rubino scuro. Asseconda con grazia le curve del tuo corpo. Un brivido di freddo. Ti guardi le braccia ed una leggera pelle d’oca increspa l’epidermide. Sorridi di nuovo. A cosa pensi? La molla per i capelli è lì dove l’hai lasciata ieri sera. Morde ancora la scotta di dritta del fiocco. La prendi quasi senza guardare, la mantieni con le labbra. La mano sinistra intanto raccoglie i capelli sciolti e li porta verso l’alto raccogliendoli in un mucchietto, la destra prende la molletta e con un gesto consumato blocca i capelli in alto. Il tuo collo ora risalta bellissimo. Chiudi di nuovo per un attimo gli occhi. Respiri l’aria fresca. Ti appoggi alla panca, la schiena parallela allo schienale, guarda la scaletta che porta all’interno. Il viso è rivolto verso la banchina. Un colpo di tosse lieve viene dall’interno della barca, volti leggermente il capo, cerchi di guardare dentro, ma la differenza di luminosità non te lo permette. Stringi gli occhi e torni a voltare il capo. Un sospiro lieve. Ti rilassi. Hai dimenticato i problemi di Roma. La porta, l’ufficio, le malattie… Pensi a te. Una piccola contrazione dallo stomaco ti fa riaprire gli occhi. Sei perplessa. Hai, senza neanche accorgertene, tirato su le gambe, le ginocchia sono sotto al mento, le mani si intrecciano sul davanti, un palmo sotto le ginocchia, la testa è leggermente reclinata sulla sinistra ed un raggio di sole ti carezza la guancia. Hai un’aria assorta. Vorrei penetrare nei tuoi pensieri, sapere se una parte di questi sono per me. Da dentro un nuovo rumore, passi veloci e assonnati salgono rapidi la scaletta. È la piccola, ti si getta addosso, stringendoti forte le braccia al collo. Gli occhi sono ancora semichiusi dal sonno, la vocina leggermente arrochita sussurra dolcemente al tuo orecchio:”Ti voglio bene, mamma!”. È un nuovo giorno, un giorno per voi. Io ti lascio e penso anche io: “Ti voglio bene”.

domenica 21 gennaio 2007

...Sogno

I passi risuonano nel cortile ancora addormentato la mattina presto. Rondini, planando sul pelo dell'acqua della piscina a caccia di insetti, si lasciano dietro una piccola scia di motoscafo. Da una finestra aperta del primo piano qualcuno canticchia a bassa voce: " ...dammi tre parole: sole, cuore, amore. Dammi un bacio che non fa parlare...". Odore di caffè appena preparato solletica il naso, facendo uggiolare il mio stomaco. Scendo i dodici scalini della rampa sporca del garage, quindici passi in avanti, svolto a destra: sette passi. Premo sul tasto del telecomando dell'antifurto: scattano secche le serrature, i fanalini delle frecce occhieggiano rassicurandomi con un sonoro BIIP, BIIP. Salgo in auto; l'odore della macchina pulita mi fa bene, mi fa sentire in ordine, con la vita e con me stesso. "Veramente c'è un pò di polvere, se posso poi la porto a lavare". Pochi secondi bastano per riscaldare le candelette dell'accensione... Mi ricordo quando si doveva accendere la macchina di mio padre, se non passava almeno un minuto, non si partiva. C'erano quei momenti di sospensione, che eri già in viaggio, ma non eri ancora partito! Si rimaneva tutti in silenzio, poi la fida Peugeot celestina dava un colpo di tosse, un filo di nerofumo usciva dal tubo di scappamento. Ricordo che guardavo mio padre con ammirazione, lo guardavo impegnato a guidare ed ero fiero di lui: che fosse mio padre. Si parlava, si dicuteva per ore. Si viaggiava sul filo dei centoventi senza troppo preoccuparci. Viaggi che oggi sembrano uno scherzo li pianaficavamo per tempo, si preparava l'auto. Il mattino ci si alzava presto, mio padre ed io eravamo i primi a scendere, si caricava, si scherzava un pò e poi si facevano scendere gli altri. Mio padre guidava ed ascoltava musica classica o jazz. Si parlava di scuola. Mi beccavo ramanzine lunghe quanto un'autostrada, ma era tutto bellissimo. Lui era lì, forte comne quercia, dolce come un padre. Gli occhi celesti mi guardavano e sapevo che mi voleva bene. Sapevo già tutto di lui, ma mi piaceva farmelo raccontare, mi piaceva pensare che lui si fidasse di me. Quando si voltava verso di me, seduto sul sedile del passeggero, mi guardava, allungava una mano e con il palmo mi accarezzava la testa con un gesto che solo con lui aveva un significato speciale. Mi diceva, quel gesto: "Sei mio figlio, ti voglio bene e tu ne vuoi a me". E' stato anche l'ultimo gesto cosciente di mio padre. E' stato terribile vederlo su quel letto di ospedale, non più in grado di vedere o sentire, ma con il cuore ancora deciso ad andare avanti. Io dovevo essere quello più forte, ma non ce l'ho fatta. Sono uscito, mi sono seduto fuori. Piangevo. Piangevo lacrime che avevo messo via da parecchio tempo. Poi qualcuno mi sussurrato in un orecchio: "E' finito!" Che vuol dire? Mio padre sono oltre dieci anni che non c'è più. Che non mi parla più e oggi sono io quello ad essere guardato dal sedile del passeggero. Mia figlia mi guarda. Ogni tanto, mi volto piano, cercando di non farmi vedere e scopro il suo sguardo rivolto verso di me. Allora allungo il braccio e con tutta la tenerezza del ricordo le accarezzo il capo e le dico con quel gesto: "Sei mia figlia, ti voglio bene e tu ne vuoi a me."
Controllo di aver allacciato la cintura di sicurezza, la mano destra si allunga verso il pulsante della radio e l'apparecchio prende vita. Una voce allegra mi annucia poco traffico e sole. Dalla tasca dello sportello di sinistra prendo il fodero del CD che ormai ascolto senza interruzione: "Pooh". Con due dita estraggo il disco dal fodero e lo infilo nel lettore. Dodi battaglia attacca "Portami via". Cantto con lui.
Qualche metro di retromarcia, devo fare attenzione: quello mi parcheggia sempre più vicino.
Penso a te, innesto la prima e il motore sembra borbottare contento. Stacco lentamente la frizione. Le ruote iniziano lentamente ad avanzare. Pochi metri esauriti lentamente fino all'auscita del cortile mi permettono di indossare l'auricolare del telefono ed inforcare gli occhiali da sole. Un saluto al portiere che sta aprendo la guardiola e sono fuori. Penso a te.
Guardo il sedile del passeggero e ti immagino già seduta al mio fianco. La strada, a questa ora, è ancora completamente sgombra ed i semafori lampeggiano oziosi. Pochi cani portano a spasso padroni mezzo addormentati e con i pantaloni infilati malamente sul pigiama. Ci vuole poco per arrivare all'imbocco dell'autostrada. Il Telepass fischietta gioioso il suo permesso a transitare. Regolo la velocità appena sopra i centotrenta. I fari accesi illuminano la strada. Le poche macchine che sono sulla strada vanno più piano di me e si lasciano sorpassare senza difficoltà. I Pooh continuano a cantare; li ascolto senza sentirli. Penso a te, alla voglia di vederti, di abbracciarti, di stringerti, di non lasciarti mai più. Sono passati più di dieci giorni da quel saluto sulla porta di casa tua e non ti avevo più sentito. Quando poi, non me lo aspettavo più ha squillato il cellulare, ieri sera: era il tuo nome quello che leggevo sul display. L'ho guardato senza capire. Era troppo bello per essere vero. La tua voce felice, allegra, mi ha chiesto come stavo: "Ora bene!" ho sentito rispondere dalla mia stessa voce, quasi senza fiato. Mi hai detto che saresti arrivata oggi con il traghetto a Civitavecchia. "Ti va di venirmi a prendere? Così poi andiamo in ufficio insieme, tanto arrivo alle sette!".
Sono già in viaggio verso te.

domenica 2 gennaio 2005

Cresci

Figlia
Che cresci
Mi guardi
Mi parli
Mi stringi
Ogni giorno
Il più bel regalo
Ogni giorno
Piu bello
Ti guardo
Ti parlo
Ti stringo
e niente è di più

2005

al ritorno

Mi hanno stretto una mano
Ieri sera
Occhi grandi mi hanno guardato
Senza parlare
Due braccia intorno al collo
Un bacio
E un sussurro:
“papà, ti voglio bene”.

Verità

Guardo in silenzio
Il figlio che cresce
Mi guarda con occhi scuri
E mi chiede che fare
Mi chiede da che parte è la verità
Allarga le braccia
Spalanca i suoi occhi
Mi porge le mani
Dove?
Mi guarda con gli occhi scuriPubblica
In silenzio
La bocca stretta, preoccupato
Dove è la verità?
Lo guardo in silenzio
E mi chiedo perché
Il bambino non sono io.

2005

sabato 1 gennaio 2005

Bambino mio

Gioco con te
Bambino mio
Un cubo sull’altro
Abbiamo messo
Come l’amore
Che insieme
Giorno per giorno
Costruiremo
Giocando
Bambino mio

memento

tutto si può dimenticare
un brutto giorno
una vincita milionaria
tutto si può dimenticare
il viso di un amico
l'appuntamento con la tua ragazza
tutto si può dimenticare
il numero di telefono del tuo capo
il pagamento di una scommessa
tutto si può dimenticare
il cellulare sul taxi
l'ombrello sul treno

ma non dimenticare mai
di salutare tuo figlio al mattino
di baciarlo la sera prima di dormire
ma non dimenticare mai
di stringerlo a te quando ti chiede tenerezza
di consolarlo se piange
ma non dimenticare mai
il giorno del suo compleanno
di dirgli bravo quando porta un buon voto
ma soprattutto non dimenticare mai
di dirgli bravo anche quando non va bene a scuola
di fargli gli auguri quando non è il suo compleanno
ma soprattutto non dimenticare mai
tuo figlio