Per Eluana Englaro. 10 febbraio 2008
mercoledì 11 febbraio 2009
Buonanotte
Per Eluana Englaro. 10 febbraio 2008
lunedì 7 maggio 2007
contro
la sensazione
di quest'ansia
che riempie
ogni angolo
del mio cuore
questa paura
inesplicabile
di vivere
contro
il mondo
venerdì 20 aprile 2007
inadeguato
mercoledì 18 aprile 2007
Ah Tene'...
La nebbia ha il suo odore… forse sono pazzo, ma sono convinto di questo. La nebbia ha un odore caratteristico. Sento che fuori la porta dell’alloggio troverò un’altra mattinata di nebbia. Dura, lattiginosa, per me spaventosa. Non conosco la nebbia, non conosco questa nebbia. Vengo da una città in cui svegliarsi con questa atmosfera è un avvenimento più unico che raro. Qui sembra esattamente il contrario, sono a Montorio Veronese da circa due mesi e ancora non sono riuscito a capire cosa c’è intorno a me.
Sono due mesi che, per la prima volta in vita mia, sono veramente lontano da casa. Sono un sottotenente, dopo cinque, estenuanti, mesi di corso, ho ricevuto i gradi e la destinazione: caserma “Duca”, Montorio Veronese, praticamente Verona. Ho lasciato Roma, con l’altro amico con medesima destinazione, in una giornata di pioggia. La Panda carica all’inverosimile, i genitori in strada a salutarci. Fa sorridere… oggi.
Cesare mi guarda, gli occhi leggermente lucidi:
“Anche Roma sembra piangere il fatto che partiamo”.
“Già!” – rispondo cercando di fare un po’ il duro.
Siamo stati fortunati, un buon comandante, un bel reparto. Ci fanno addirittura scegliere gli incarichi che preferiamo svolgere. Due volte fortunati: Cesare è un animale da divisa elegante, gli piace svegliarsi con calma, preferisce il lavoro di ufficio. Io, mattiniero per vocazione e per scelta, adoro stare dove ci si sporca le mani, la mia mimetica è già pronta per il ritocco fuori ordinanza: le tasche all’altezza delle ginocchia, come quella dei paracadutisti. Scelgo di occuparmi del reparto addestrativo. Scuola guida a Grezzana o Boscomantico. Autocolonne, officina. Sono diventato amico del maresciallo dell’officina. Ci sarà da divertirsi.
Bisogna essere fuori dalla caserma prima dell’alzabandiera, ci svegliamo prima di tutti, quando ancora gli altri poltriscono sotto le coperte. Il freddo, l’umido di quei giorni li porto ancora con me. Un freddo che ti entra nelle ossa, che attraversa lo strato leggero del cotone della mimetica. Quanto avevamo riso, quando a Roma, il primo giorno del corso ci avevano fornito, insieme alle altre cose della famigerata “superpippo”: mutandoni lunghi di lana con annessa magliettona intima del medesimo materiale. La prima volta che la indossavi sembrava di avere mille aghi che si conficcavano nella pelle. Ma quante benedizioni, poi, le abbiamo mandato. L’abbiamo usata fino a consumarla.
Che freddo che faceva, alle 6,30 del mattino sotto quei capannoni un po’ lugubri della Tettoia Mezzi Corazzati: la TMC. Un freddo che veniva riscaldato dalle risate dei nostri venti anni. I caporali istruttori tentavano di tenere inquadrati i plotoni con le “spine” che la mattina avrebbero dovuto fare le guide. Risate, un “và in mona” veneto a cui rispondeva un “minchia” siciliano. Mi vedevano arrivare solo un attimo prima che comparissi, la nebbia in questo mi era amica. Ero il loro ufficiale, c’erano i riti militari da rispettare. Si faceva silenzio, i caporali preparavano la presentazione della forza. Attenti, riposo, sui camion! I ragazzi viaggiavano sui cassoni, teli rigorosamente su. Io, in cabina cercavo un po’ di conforto con il riscaldamento e pensavo a loro. Li vedevi parlottare, vicini, vicini. Un pò li invidiavo. Li vedevi discutere animatamente in dialetti diversi. Tutti lontani da casa, tutti con qualche rimpianto nel cuore. Si parlava con mamma e fidanzata solo a condizione di trovare un telefono a gettoni che funzionasse. Quante telefonate mancate, quanti ti voglio bene rimasti tra le labbra quando cadeva l’ultimo gettone, quanto era più difficile parlare con chi ti voleva bene, sembrano passati cento anni oggi.
Parlavano fra loro, discutevano dell’ultima conquista in discoteca, della ragazzetta del bar che si trovava appena fuori dalla caserma. Erano belle le ragazze veronesi, sembravano tutte belle. Erano tutte ricche le ragazze veronesi. Erano eleganti, erano diverse. Erano amori improbabili, amori della nostalgia e della curiosità. Amori dei venti anni, belli e dolci nel ricordo. Un amore “terrone” troppe volte ostacolato dalle famiglie e dagli amici. Erano amori che venivano vissuti di nascosto nella città di Romeo e Giulietta. Quante promesse perse in quei giorni freddi e umidi; un “ti amo” tra la nebbia, vicino ad un fiume dolce come l’Adige, al riparo di un ponte così vecchio da chiamarsi Ponte Vecchio. Un ponte nato per fuggire, non dai nemici, ma dagli amici. Parlavano fra loro, soffiandosi nelle mani, cercando di creare un po’ di calore. Parlavano della macchina comprata qualche mese prima di partire a fare il militare, la stessa macchina che ora avevano lasciato in custodia al fratello minore con il compito di accenderla un giorno si ed uno no e con il divieto assoluto di fumarci dentro o peggio ancora di usarla. Parlavano tra loro della ragazza con gli occhi scuri ed il seno grosso che li aspettava al paese. La stessa ragazza che aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri dell’altro amico. Le stesse storie, gli stessi sorrisi, le stesse domande mi facevano questi ragazzi scambiando un grado per esperienza. Io rispondevo, perché dovevo farlo; rispondevo a domande a cui tutto sommato anche oggi avrei difficoltà a trovare la giusta soluzione.
Venti anni i miei come i loro, la stessa nostalgia di casa, la stessa voglia di correre tra le braccia di un amore nuovo.
C’era un campanile, appena fuori da Montorio, dietro la linea ferroviaria e quelle mattine in cui la nebbia ci concedeva una tregua, si poteva vedere il sole sorgere lentamente da dietro quell’elegante creazione architettonica. Sorgeva con eleganza regale, facendo capolino da dietro la finestra a bifora e rilucendo sullo spigolo della campana grande.
La foschia leggera di quelle mattine era un toccasana dopo i giorni cupi di quella pioggerellina fredda che non bagnava, dopo quell’umido che ti toccava l’anima con gli artigli gelidi.
Il freddo di quelle mattine lo porto ancora con me, come porto con me l’immagine di quel sole rosso dietro quel campanile nella bruma mattutina. L’immagine sfocata dalla brina gelata sul finestrino del mio camion. Un’immagine che si fonde con il chiacchiericcio sommesso dei ragazzi che accompagnavo a guidare. Del calabrese che faceva il duro, del padovano che era andato al cinema per la prima volta, del ragazzo di un paesino del bresciano che era fidanzato con una ragazza di un altro paese, ma lei ancora non lo sapeva.
Quel freddo che si riscaldava solo all’arrivo al bar del paese, dove facevamo colazione e il grosso barista anziano, con il vocione baritonale mi chiedeva con il meraviglioso accento veneto se volevo un “goccin de graspa” nel caffè. Alle sette del mattino? Ma si!
Quelle giornate sempre uguali, l’una all’altra, nel monotono dipanarsi della sicura routines militare. Eppure ciascuno di quei giorni ti insegnava qualcosa di più, ti regalava quell’emozione della scoperta che oggi è così difficile da riprodurre.
Le goccioline fredde, scivolavano piano sul finestrino disegnando improbabili mappe di misteriosi e fantastici continenti mai esistiti. Le studiavo rapito, indovinando dietro lo schermo lattigginoso della nebbiolina il profilo della città e l’intreccio austero delle vie già affollate nonostante l’ora mattutina.
Li porto tutti con me, quei ragazzi che mi hanno odiato e voluto bene. Porto con me il cordone da caporale istruttore, regalatomi l’ultimo giorno dai miei ragazzi. Tutti con le lacrime agli occhi. Ora li potevo finalmente salutare con un abbraccio, non ero più un loro superiore. Ero uno di loro che tornava a casa. Mi concedono il loro ultimo saluto “alla visiera”, nonostante io sia in borghese. Un sorriso, i loro sorrisi mentre me ne andavo con un groppo in gola, con la voglia e la felicità di tornare da dove ero partito solo qualche mese prima. Le porto con me le risate di quel capodanno passato con la guardia al Deposito Carburanti. Una bottiglia di spumante ed una fetta di panettone divisa con loro, nonostante la tristezza di essere lì piuttosto che a casa. Ma c’era comunque quel sorriso che oggi conservo su di una vecchia fotografia sgualcita con i volti di ragazzi di cui non ricordo assolutamente il nome. Porto con me quel campanile dal quale sembrava sorgere il sole, le passeggiate in una città meravigliosa e tutt’altro che fredda. Porto con me, per sempre l'immagine di quella ragazza bionda che mi sorrise quella sera e di cui oggi vorrei tanto ricordare il nome. Tutto questo è chiuso nel mio cuore, con la speranza che magari qualcuno di quei ragazzi mi ricordi ancora oggi e che nonostante i miei soli vent’anni qualcosa di buono io possa avergli regalato.
“Ah Tene’ ci viene a ballà con noi stasera?”...
giovedì 5 aprile 2007
ma...
che fai rima con Amore
sempre
le tue porte
maledetto cuore
troverò la chiave
prima o poi
maledetto cuore
smetti di battere
e lasciami piangere
senza di lei
senza preavviso
giovedì 8 marzo 2007
notte
notte
fredda
notte
senza parole
senza senso
solo
notte
nel cuore
solo
strazio
questa
notte
senza
il tuo respiro
accanto
al mio
giovedì 8 febbraio 2007
semplicemente
come frutto
di polpa
così mi sento
non ho spine
come fiore
colorato
mi voglio vedere
qualcosa
che non dico
la tengo stretta
dentro il cuore
perchè
dirla
farà più male
martedì 30 gennaio 2007
parto
arraffo tutto
baracca e burattini
riempio la borsa
quel poco che mi serve
chiudo il gas
metto l'antifurto
e parto
faccio il pieno di benzina
e vado via
non saluto nessuno
nemmeno il portiere
che mi guarda perplesso
ora che
senza guardare
attraverso l'incrocio
domani parto
domani
lunedì 29 gennaio 2007
ora
giovedì 25 gennaio 2007
il muro di pietra
mercoledì 24 gennaio 2007
pioggia
questa notte la città
imbavagliata dal vento
si è intrisa di freddo
mentre nel silenzio
riposavo con il sonno degli altri
bagliori di luce improvvisa
fragori come di guerre
tenevano sveglie
le mie ansie
dovrei sapere
che tu riposi tranquilla
mentre la pioggia
bagna con le lacrime della disperazione
la mia strada
già bagnata
lunedì 22 gennaio 2007
onda
ad ascoltare
il canto sonoro
dell'onda
dolce compagna
di notti
senza sonno
che passano lievi
siediti con me
ancora una volta
amica mia
allunga la mano
verso me
e asciuga lacrime
che sanno di sale
tristezza
compagna mia
avvicina la tua bocca
sensuale
al mio orecchio
e sussurra
ancora una volta
la tua poesia
cullami materna
cantando
il canto sonoro
dell'onda
domenica 21 gennaio 2007
...Sogno
I passi risuonano nel cortile ancora addormentato la mattina presto. Rondini, planando sul pelo dell'acqua della piscina a caccia di insetti, si lasciano dietro una piccola scia di motoscafo. Da una finestra aperta del primo piano qualcuno canticchia a bassa voce: " ...dammi tre parole: sole, cuore, amore. Dammi un bacio che non fa parlare...". Odore di caffè appena preparato solletica il naso, facendo uggiolare il mio stomaco. Scendo i dodici scalini della rampa sporca del garage, quindici passi in avanti, svolto a destra: sette passi. Premo sul tasto del telecomando dell'antifurto: scattano secche le serrature, i fanalini delle frecce occhieggiano rassicurandomi con un sonoro BIIP, BIIP. Salgo in auto; l'odore della macchina pulita mi fa bene, mi fa sentire in ordine, con la vita e con me stesso. "Veramente c'è un pò di polvere, se posso poi la porto a lavare". Pochi secondi bastano per riscaldare le candelette dell'accensione... Mi ricordo quando si doveva accendere la macchina di mio padre, se non passava almeno un minuto, non si partiva. C'erano quei momenti di sospensione, che eri già in viaggio, ma non eri ancora partito! Si rimaneva tutti in silenzio, poi la fida Peugeot celestina dava un colpo di tosse, un filo di nerofumo usciva dal tubo di scappamento. Ricordo che guardavo mio padre con ammirazione, lo guardavo impegnato a guidare ed ero fiero di lui: che fosse mio padre. Si parlava, si dicuteva per ore. Si viaggiava sul filo dei centoventi senza troppo preoccuparci. Viaggi che oggi sembrano uno scherzo li pianaficavamo per tempo, si preparava l'auto. Il mattino ci si alzava presto, mio padre ed io eravamo i primi a scendere, si caricava, si scherzava un pò e poi si facevano scendere gli altri. Mio padre guidava ed ascoltava musica classica o jazz. Si parlava di scuola. Mi beccavo ramanzine lunghe quanto un'autostrada, ma era tutto bellissimo. Lui era lì, forte comne quercia, dolce come un padre. Gli occhi celesti mi guardavano e sapevo che mi voleva bene. Sapevo già tutto di lui, ma mi piaceva farmelo raccontare, mi piaceva pensare che lui si fidasse di me. Quando si voltava verso di me, seduto sul sedile del passeggero, mi guardava, allungava una mano e con il palmo mi accarezzava la testa con un gesto che solo con lui aveva un significato speciale. Mi diceva, quel gesto: "Sei mio figlio, ti voglio bene e tu ne vuoi a me". E' stato anche l'ultimo gesto cosciente di mio padre. E' stato terribile vederlo su quel letto di ospedale, non più in grado di vedere o sentire, ma con il cuore ancora deciso ad andare avanti. Io dovevo essere quello più forte, ma non ce l'ho fatta. Sono uscito, mi sono seduto fuori. Piangevo. Piangevo lacrime che avevo messo via da parecchio tempo. Poi qualcuno mi sussurrato in un orecchio: "E' finito!" Che vuol dire? Mio padre sono oltre dieci anni che non c'è più. Che non mi parla più e oggi sono io quello ad essere guardato dal sedile del passeggero. Mia figlia mi guarda. Ogni tanto, mi volto piano, cercando di non farmi vedere e scopro il suo sguardo rivolto verso di me. Allora allungo il braccio e con tutta la tenerezza del ricordo le accarezzo il capo e le dico con quel gesto: "Sei mia figlia, ti voglio bene e tu ne vuoi a me."Qualche metro di retromarcia, devo fare attenzione: quello mi parcheggia sempre più vicino.
Penso a te, innesto la prima e il motore sembra borbottare contento. Stacco lentamente la frizione. Le ruote iniziano lentamente ad avanzare. Pochi metri esauriti lentamente fino all'auscita del cortile mi permettono di indossare l'auricolare del telefono ed inforcare gli occhiali da sole. Un saluto al portiere che sta aprendo la guardiola e sono fuori. Penso a te.
Guardo il sedile del passeggero e ti immagino già seduta al mio fianco. La strada, a questa ora, è ancora completamente sgombra ed i semafori lampeggiano oziosi. Pochi cani portano a spasso padroni mezzo addormentati e con i pantaloni infilati malamente sul pigiama. Ci vuole poco per arrivare all'imbocco dell'autostrada. Il Telepass fischietta gioioso il suo permesso a transitare. Regolo la velocità appena sopra i centotrenta. I fari accesi illuminano la strada. Le poche macchine che sono sulla strada vanno più piano di me e si lasciano sorpassare senza difficoltà. I Pooh continuano a cantare; li ascolto senza sentirli. Penso a te, alla voglia di vederti, di abbracciarti, di stringerti, di non lasciarti mai più. Sono passati più di dieci giorni da quel saluto sulla porta di casa tua e non ti avevo più sentito. Quando poi, non me lo aspettavo più ha squillato il cellulare, ieri sera: era il tuo nome quello che leggevo sul display. L'ho guardato senza capire. Era troppo bello per essere vero. La tua voce felice, allegra, mi ha chiesto come stavo: "Ora bene!" ho sentito rispondere dalla mia stessa voce, quasi senza fiato. Mi hai detto che saresti arrivata oggi con il traghetto a Civitavecchia. "Ti va di venirmi a prendere? Così poi andiamo in ufficio insieme, tanto arrivo alle sette!".
Sono già in viaggio verso te.
venerdì 25 agosto 2006
Il raggio di sole che filtra dalla veneziana alla finestra è di quelli che annunciano una di quelle meravigliose giornate di fine estate che vorresti non finissero mai. Dalla scogliera appena sotto il balconcino della nostra camera, mi giunge sommesso lo sciabordio delle onde che si appoggiano con leggerezza agli enormi scogli che fungono da fondamenta per la villa che ci ospita. Scovata quasi per caso, girovagando in moto lungo questo tratto di costa, ci ha subito colpito. L'ingresso del vialetto spariva, quasi completamente nascostodalla coltre verde e rossa della pianta di ringosperna che lo avvolge. Ci infiliamo, con il motore sornione che borbotta la minimo, lungo il vialetto di ghiaia. Le ruote sembrano non voler smuovere la coltre bianca di sassolini rotondi e perfetti che stanno carezzando. Qualche metro più avanti, dopo una leggerissima curva a sinistra, intorno ad una grande fontana di marmo grigio in cui leggiadre nuotano piante di ninfea dello stesso colore di un tramonto vespertino, si staglia una villa bianca, con i profili azzurri e le imposte dello stesso colore, che sembra uscita da una delle mie fantasie. Mi fermo, volto la testa verso di te e ti vedo sorridere. Hai la stessa espressione di quando sogni dipinta negli occhi.Tre grandi scalini ci portano di fronte all'ingresso: due colonne bianche, affiancate da due grandi vasi di limoni sembrano invitarci ad entrare, penso che se potessimo vederci dal di fuori assomiglieremo ad Hans e Gretel un secondo prima di infilarsi all'interno della casa di marzapane. Appena sorpassato il grande arco, la calura estiva lascia il terreno ad un fresco profumato di fiori, frutti esotici e di spezie odorose. Un odore di zagare riempie l'aria riportandomi alla memoria poesie di D'Annunzio e novelle di Pirandello. Sul lato sinistro dell'atrio una grande scrivania fine '800 che funge da reception, al centro un grande kilim con i colori della casa: il bianco, l'azzurro, il verde acquamarina. A destra, in una nicchia riparata, due poltrone di rattan, con cuscini a righe bianche e blu. Tra di loro un tavolino basso, con il piano in cristallo e sopra di esso, oltre un centro tavola di fiori e frutta fresca, una mezza dozzina di riviste di architettura con le immagini delle case più belle del mondo. Oltre l'atrio si nota una scala in legno che sale aricciandosi verso i piani superiori e più in fondo una vetrata con i profili in ferro battuto, lascia intravedere una terrazza ricolma di piante, fiori multicolori e la promessa di bagni di sole immersi nella tranquillità più assoluta. Siamo totalmente presi da questo spettacolo, quando una voce cortese ci fa sobbalzare. Una signora, sui cinquanta, con indosso un abito di piquè a tubino, che lascia intendere un corpo ancora bello e snello, i capelli del biondo di chi vive sempre all'aria aperta e duo occhi sinceri e simpatici, ci dà il benvenuto chiedendoci cosa possa fare per noi. Le chiediamo una stanza, per un paio di giorni, poi si vedrà. Ci sorride premurosa, ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto per portare i bagagli e quindi voltandosi verso la piccola bacheca a fianco della scrivania prende una delle chiavi appese e si volta facendoci segno di seguirla. Ci dirigiamo verso la scala che avevamo notato in precedenza, saliamo al piano superiore e ci affacciamo su di un corridoio con cinque o sei porte colorate. Da dietro una delle porte si sente il vociare allegro di un bambino o due, da un'altra Eros Ramazzotti intona le prime note de "L'Aurora". Ci fermiamo di fronte l'ultima porta sulla destra. La signora mi cede la chiave e mi invita a passare da lei più tardi per lasciarle i documenti. Si volta, incrocia il tuo sguardo, ti sorride e tu arrossisci teneramente. Apro la porta della stanza: un sogno, il nostro sogno. Non è molto grande, ma è esattamente come l'avevo immaginata quel giorno a Villa Pamphili. Sul fondo un grande letto con un baldacchino in ferro battuto e un velo di tulle che ricade prigramante da un lato. Sulla sinistra la porta di un balconcino che si slancia avventurosamente a picco su di una vista mozzafiato del mare più azzurro che abbia mai visto e di una scogliera di massi neri e lucenti. Oltre il letto sulla destra un settimino piemontese, colorato della medesima tinta della porta e sopra di esso un centro tavola del tutto simile a quello che era nell'atrio e con la medesima funzione di regalare profumi di spezie e frutta fresca. Leggermente discosta la porta della camera da bagno.
Ci guardiamo, non abbiamo ancora scambiato una parolada quando siamo scesi dalla moto. Io non trovo il coraggio di guardarti. E' tutto così semplice, senza pretese, esattamente come il nostro incontro, esattamente come lo avevamo sognato, esattamente come lo volevamo. Mi volto e vedo che mi sorridi, il tuo dito indice sfiora dolcemente il mio braccio, il tuo solito gesto, il tuo solito meraviglioso gesto di quando le parole non possono dire quello che vorresti.
Ti sciogli i capelli che tenevi annodati per infilarmi più comodamente nel casco, ti avvolgi l'elastico colorato intorno al polso e fai scorrere le dita tra i capelli leggermente arruffati. Ti guardo e studio ogni tua mossa, come fosse la prima volta. Un vento leggero penetra nella camera perfettamente fresca, nonostante fuori il sole di Settembre sia ancora brillante e caldo.
Ti avvicini, sento il tuo profumo, vedo i tuoi occhi, sento la tua mano accarezzarmi dolcemente il collo ed ho solo voglia di baciarti, di stringerti, di non lasciarti mai più. Ti appoggi a me, sento il tuo respiro diventare il mio, mi scopro innamorato come non lo sono mai stato, mi scopro pazzo di te, di tutto quello che rappresenti e di quello che in realtà sei. I tuoi occhi, i tuoi capelli, ogni centimetro della pelle mi entra dentro, si conficca dentro di me a mezza strada tra il cuore e l'anima, si piazza tra il mio razionale e l'irrazionale più selvaggio. Volo, metri sopra tutto e sopra tutti, non esisti che tu. Perdo qualunque cognizione del tempo e dello spazio. Sento il profumo delle lenzuola avvolgermi: è profumo di lavanda e di cannella; sono lenzuola dilino, come quelle di una volta, fresche e dolci, come il tuo corpo che ora si stringe a me. Voliamo sopra tutto e sopra tutti. Non esiste più nessun tempo, non esistono le stagioni, i giorni, i mesi, i secondi... nulla!
Il raggio di sole che filtra dalla veneziana alla finestra è di quelli che annunciano una di quelle meravigliose giornate di fine estate che vorresti non finissero mai... Mi volto piano, cercando di non far rumore. Stai dormendo, bella come solo tu sai essere bella, sento leggero il tuo respiro e sotto le lenzuola indovino il tuo corpo nudo. I tuoi capelli si aprono sul cuscino. Bella come solo tu sai essere bella; mi alzo lentamente, il profumo del mare si confonde con quello del caffè che sale dal basso. Esco dalla camera, guardandori ancora una volta, mentre scendo incrocio la signora, mi sorride, ricambio con una gioia che non provavo da anni. Mi procuro un vassoio, due caffè e due croissant ancora caldi; rubo una zagara bianca e profumatissima, rifaccio le scale due alla volta, il piccolo corridoio e trattenendo il respiro apro piano la porta della camera. Dormi ancora, ti sei voltata. Hai le mani infilate sotto il cuscino, vedo il tuo profilo, hai la gamba sinistra leggermente piegata, il lenzuolo è sceso e lascia scoperta una piccola parte delle spalle. Poggio piano il vassoio, mi avvicino ti do un piccolo bacio tra le scapole. Fai un sospiro, hai ancora gli occhi chiusi, ti volti verso di me e sempre senza aprire gli occhi mi prendi il viso tra le mani e mi baci come nessuno mi aveva mai baciato. Buongiorno Amore Mio.
lunedì 28 novembre 2005
Diario
se sfogli le pagineavanti, indietro
di nuovo avanti
poi ancora indietro
leggi le date
guardi i tuoi giorni
li senti dentro
ti leggi l'anima
ti graffi il cuore
volando su te
se sfogli le pagine
non sei più tu
rivedi le ore
passate
pensando
a te, a te, a voi
a me
se sfogli le pagine
piangi perchè
il momento di quel tempo
ora
non c'è più
però se sfogli le pagine
scopri che almeno
la vita, dentro di me
come una candela
nella notte
ha brillato
almeno una volta
nella notte
di coloro
che non hanno vita






