
disperata
di vita
troppo
breve
per essere vissuta
senza
conoscere
senza riconoscere
senza
provare
la sensazione
di
riscaldarmi l'animo
con la voglia
di amare
Nato dal sogno per un sogno: quello di condividere con gli altri l'amore per la scrittura, sia essa prosa o poesia. La scrittura amica sincera di tutte le mie età, dei momenti in cui la felicità riempiva le mie giornate e di quelli in cui la tristezza mi sprofondava negli abissi terribili della più cupa disperazione. Tutti gli scritti e le immagini del Blog sono di proprietà di Pierpaolo Pacione ©
La nebbia ha il suo odore… forse sono pazzo, ma sono convinto di questo. La nebbia ha un odore caratteristico. Sento che fuori la porta dell’alloggio troverò un’altra mattinata di nebbia. Dura, lattiginosa, per me spaventosa. Non conosco la nebbia, non conosco questa nebbia. Vengo da una città in cui svegliarsi con questa atmosfera è un avvenimento più unico che raro. Qui sembra esattamente il contrario, sono a Montorio Veronese da circa due mesi e ancora non sono riuscito a capire cosa c’è intorno a me.
Sono due mesi che, per la prima volta in vita mia, sono veramente lontano da casa. Sono un sottotenente, dopo cinque, estenuanti, mesi di corso, ho ricevuto i gradi e la destinazione: caserma “Duca”, Montorio Veronese, praticamente Verona. Ho lasciato Roma, con l’altro amico con medesima destinazione, in una giornata di pioggia. La Panda carica all’inverosimile, i genitori in strada a salutarci. Fa sorridere… oggi.
Cesare mi guarda, gli occhi leggermente lucidi:
“Anche Roma sembra piangere il fatto che partiamo”.
“Già!” – rispondo cercando di fare un po’ il duro.
Siamo stati fortunati, un buon comandante, un bel reparto. Ci fanno addirittura scegliere gli incarichi che preferiamo svolgere. Due volte fortunati: Cesare è un animale da divisa elegante, gli piace svegliarsi con calma, preferisce il lavoro di ufficio. Io, mattiniero per vocazione e per scelta, adoro stare dove ci si sporca le mani, la mia mimetica è già pronta per il ritocco fuori ordinanza: le tasche all’altezza delle ginocchia, come quella dei paracadutisti. Scelgo di occuparmi del reparto addestrativo. Scuola guida a Grezzana o Boscomantico. Autocolonne, officina. Sono diventato amico del maresciallo dell’officina. Ci sarà da divertirsi.
Bisogna essere fuori dalla caserma prima dell’alzabandiera, ci svegliamo prima di tutti, quando ancora gli altri poltriscono sotto le coperte. Il freddo, l’umido di quei giorni li porto ancora con me. Un freddo che ti entra nelle ossa, che attraversa lo strato leggero del cotone della mimetica. Quanto avevamo riso, quando a Roma, il primo giorno del corso ci avevano fornito, insieme alle altre cose della famigerata “superpippo”: mutandoni lunghi di lana con annessa magliettona intima del medesimo materiale. La prima volta che la indossavi sembrava di avere mille aghi che si conficcavano nella pelle. Ma quante benedizioni, poi, le abbiamo mandato. L’abbiamo usata fino a consumarla.
Che freddo che faceva, alle 6,30 del mattino sotto quei capannoni un po’ lugubri della Tettoia Mezzi Corazzati: la TMC. Un freddo che veniva riscaldato dalle risate dei nostri venti anni. I caporali istruttori tentavano di tenere inquadrati i plotoni con le “spine” che la mattina avrebbero dovuto fare le guide. Risate, un “và in mona” veneto a cui rispondeva un “minchia” siciliano. Mi vedevano arrivare solo un attimo prima che comparissi, la nebbia in questo mi era amica. Ero il loro ufficiale, c’erano i riti militari da rispettare. Si faceva silenzio, i caporali preparavano la presentazione della forza. Attenti, riposo, sui camion! I ragazzi viaggiavano sui cassoni, teli rigorosamente su. Io, in cabina cercavo un po’ di conforto con il riscaldamento e pensavo a loro. Li vedevi parlottare, vicini, vicini. Un pò li invidiavo. Li vedevi discutere animatamente in dialetti diversi. Tutti lontani da casa, tutti con qualche rimpianto nel cuore. Si parlava con mamma e fidanzata solo a condizione di trovare un telefono a gettoni che funzionasse. Quante telefonate mancate, quanti ti voglio bene rimasti tra le labbra quando cadeva l’ultimo gettone, quanto era più difficile parlare con chi ti voleva bene, sembrano passati cento anni oggi.
Parlavano fra loro, discutevano dell’ultima conquista in discoteca, della ragazzetta del bar che si trovava appena fuori dalla caserma. Erano belle le ragazze veronesi, sembravano tutte belle. Erano tutte ricche le ragazze veronesi. Erano eleganti, erano diverse. Erano amori improbabili, amori della nostalgia e della curiosità. Amori dei venti anni, belli e dolci nel ricordo. Un amore “terrone” troppe volte ostacolato dalle famiglie e dagli amici. Erano amori che venivano vissuti di nascosto nella città di Romeo e Giulietta. Quante promesse perse in quei giorni freddi e umidi; un “ti amo” tra la nebbia, vicino ad un fiume dolce come l’Adige, al riparo di un ponte così vecchio da chiamarsi Ponte Vecchio. Un ponte nato per fuggire, non dai nemici, ma dagli amici. Parlavano fra loro, soffiandosi nelle mani, cercando di creare un po’ di calore. Parlavano della macchina comprata qualche mese prima di partire a fare il militare, la stessa macchina che ora avevano lasciato in custodia al fratello minore con il compito di accenderla un giorno si ed uno no e con il divieto assoluto di fumarci dentro o peggio ancora di usarla. Parlavano tra loro della ragazza con gli occhi scuri ed il seno grosso che li aspettava al paese. La stessa ragazza che aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri dell’altro amico. Le stesse storie, gli stessi sorrisi, le stesse domande mi facevano questi ragazzi scambiando un grado per esperienza. Io rispondevo, perché dovevo farlo; rispondevo a domande a cui tutto sommato anche oggi avrei difficoltà a trovare la giusta soluzione.
Venti anni i miei come i loro, la stessa nostalgia di casa, la stessa voglia di correre tra le braccia di un amore nuovo.
C’era un campanile, appena fuori da Montorio, dietro la linea ferroviaria e quelle mattine in cui la nebbia ci concedeva una tregua, si poteva vedere il sole sorgere lentamente da dietro quell’elegante creazione architettonica. Sorgeva con eleganza regale, facendo capolino da dietro la finestra a bifora e rilucendo sullo spigolo della campana grande.
La foschia leggera di quelle mattine era un toccasana dopo i giorni cupi di quella pioggerellina fredda che non bagnava, dopo quell’umido che ti toccava l’anima con gli artigli gelidi.
Il freddo di quelle mattine lo porto ancora con me, come porto con me l’immagine di quel sole rosso dietro quel campanile nella bruma mattutina. L’immagine sfocata dalla brina gelata sul finestrino del mio camion. Un’immagine che si fonde con il chiacchiericcio sommesso dei ragazzi che accompagnavo a guidare. Del calabrese che faceva il duro, del padovano che era andato al cinema per la prima volta, del ragazzo di un paesino del bresciano che era fidanzato con una ragazza di un altro paese, ma lei ancora non lo sapeva.
Quel freddo che si riscaldava solo all’arrivo al bar del paese, dove facevamo colazione e il grosso barista anziano, con il vocione baritonale mi chiedeva con il meraviglioso accento veneto se volevo un “goccin de graspa” nel caffè. Alle sette del mattino? Ma si!
Quelle giornate sempre uguali, l’una all’altra, nel monotono dipanarsi della sicura routines militare. Eppure ciascuno di quei giorni ti insegnava qualcosa di più, ti regalava quell’emozione della scoperta che oggi è così difficile da riprodurre.
Le goccioline fredde, scivolavano piano sul finestrino disegnando improbabili mappe di misteriosi e fantastici continenti mai esistiti. Le studiavo rapito, indovinando dietro lo schermo lattigginoso della nebbiolina il profilo della città e l’intreccio austero delle vie già affollate nonostante l’ora mattutina.
Li porto tutti con me, quei ragazzi che mi hanno odiato e voluto bene. Porto con me il cordone da caporale istruttore, regalatomi l’ultimo giorno dai miei ragazzi. Tutti con le lacrime agli occhi. Ora li potevo finalmente salutare con un abbraccio, non ero più un loro superiore. Ero uno di loro che tornava a casa. Mi concedono il loro ultimo saluto “alla visiera”, nonostante io sia in borghese. Un sorriso, i loro sorrisi mentre me ne andavo con un groppo in gola, con la voglia e la felicità di tornare da dove ero partito solo qualche mese prima. Le porto con me le risate di quel capodanno passato con la guardia al Deposito Carburanti. Una bottiglia di spumante ed una fetta di panettone divisa con loro, nonostante la tristezza di essere lì piuttosto che a casa. Ma c’era comunque quel sorriso che oggi conservo su di una vecchia fotografia sgualcita con i volti di ragazzi di cui non ricordo assolutamente il nome. Porto con me quel campanile dal quale sembrava sorgere il sole, le passeggiate in una città meravigliosa e tutt’altro che fredda. Porto con me, per sempre l'immagine di quella ragazza bionda che mi sorrise quella sera e di cui oggi vorrei tanto ricordare il nome. Tutto questo è chiuso nel mio cuore, con la speranza che magari qualcuno di quei ragazzi mi ricordi ancora oggi e che nonostante i miei soli vent’anni qualcosa di buono io possa avergli regalato.
“Ah Tene’ ci viene a ballà con noi stasera?”...
Il ticchettio ritmico della pioggia, che si appoggiava prepotente alla ringhiera celeste del tuo balcone, ti aveva svegliato nel cuore della notte. Era la prima vera pioggia di quell'inverno ritardatario e pigro. Il gelo che ora fischiava tra le fessure della finestra ti entrava nelle ossa, regalandoti un brivido maligno.Continuavi a pensarci, anche se avevi fatto di tutto, se ti eri detta tutto quello che ti potevi dire, se ti eri raccontata tutto quello che potevi raccontarti, continuavi a pensarci. Continuavi a pensarlo, ad amarlo, ad odiarlo. Nessun sentimento era escluso. Riuscivi ad odiarlo e un secondo dopo provavi una stretta sincera allo stomaco se qualcosa ti riportava alla mente una sua frase o un modo di fare. Proprio ieri sera, mentre preparavi la cena, Marta era lì dietro di te che pigolava felice, e tu, come al solito, rimestavi nell'odio che ti eri costruita nel cuore tra i piatti e le posate, elencandoti tutti i più giusti motivi per tenerlo lontano; all'improvviso, la piccola, giocando, aveva detto una frase che ti aveva bloccato il respiro per un attimo. Aveva usato le sue stesse parole, quelle parole che dette da lui, decine di volte ti avevano riempito il cuore. Allora come adesso.
Lo rivedevi, con il suo sorriso sincero e aperto aspettarti all'angolo di quella che era divenuta con l’abitudine la “vostra” strada. Seduto su quel muretto di quella via sconosciuta, dietro quel parco cittadino che lui amava tanto. Sentivi il suo profumo mentre si avvicinava per baciarti il collo. Lo vedevi, felice come un bambino, mentre ti guardava aprire il regalo che aveva comprato per te.
Ora, persa nei silenzi immensi di questa piovosa notte romana, guardi fuori dalla finestra del salone, sorvegli dall'alto questa città enorme, mai silenziosa. Nonostante il tempo inclemente e l'ora tarda le automobili continuano a disegnare strisce luminose con i loro fari sull'asfalto bagnato. Lunghe strisce bianche se guardi le auto che provengono da una direzione e rosse se ti concentri su quelle che si dirigono nella direzione opposta.
Ci stai pensando di nuovo. Vai in cucina, cercando di non fare rumore. Socchiudi la porta scorrevole. Dalla credenza in alto afferri il pentolino, apri lentamente il rubinetto dell'acqua e lo riempi per metà. Asciughi con cura quelle poche gocce che sono schizzate sul piano di acciaio del lavello. Accendi il gas e rimani lì ad aspettare che l'acqua inizi a scaldarsi appoggiata al tavolo, cingendoti con le braccia le spalle cercando di scaldarti più l’animo che il fisico.
La fiamma azzurrina che brilla e il sibilo sommesso del gas sembrano parlarti.
Il silenzio di questa casa che hai sempre amato non ti è apparso mai così cupo e minaccioso.
C'è stato un tempo, appena sposata, in cui ti piaceva rimanere sveglia nel silenzio della notte. Ti svegliavi, nuda nel letto. Al tuo fianco lui dormiva. Rimanevi ferma ad ascoltare il suo modo di respirare, dopo aver fatto l'amore con te. Dormiva e tu eri felice di saperlo felice, sapevi di avergli regalato una parte di te, del tuo cuore, del tuo corpo, con la passione che ti piaceva dimostrargli. Ti ricambiava, alla sua maniera, come sapeva fare, come fanno molti uomini, ma era felice. Questo tuo uomo, questo compagno che avevi sentito tuo da sempre, perché il suo amore era stato il tuo dal primo momento, lo avevi desiderato subito. L’amore che ti univa a lui era grande, forte, senza compromessi e riempiva tutti i momenti, i pensieri.
Una notte d’estate era nata Marta, dono desiderato e in quel preciso istante avevi raggiunto l’apice, il culmine, l’apogeo della felicità. Non potevi desiderare altro. I tuoi sorrisi si erano moltiplicati, l’amore per lui era raddoppiato, triplicato, centuplicato. Il sogno diveniva realtà: l’amore, una casa, una figlia. Tutto brillava di una luce speciale che faceva del tuo mondo, tutto il mondo. Nulla avrebbe potuto mai intaccare questa felicità. Nulla, tranne una sottile sensazione. Giorno dopo giorno, qualcosa ti turbava sempre più. Ti eri accorta che mancava qualcosa; qualcosa che all’inizio non eri riuscita a mettere a fuoco. Marta cresceva e il tuo corpo ricominciava a prendere le sue forme, il tuo seno aveva riacquistato il suo disegno perfetto, il ventre si appiattiva e i capelli avevano assunto nuovamente i loro riflessi brillanti. Eri di nuovo bella, bella come quando lui ti aveva conosciuto. Ma con il trascorrere dei mesi avevi capito: si era allontanato, ti evitava. Sembrava temerti, evitava quell’amore enorme che univa la figlia al padre e questa alla madre senza alcuna soluzione di continuità, almeno nella normalità. In quella che tu credevi dovesse essere la normalità dell'amore. Andava a letto prima di te o si attardava di fronte a programmi che non aveva mai guardato. Non c’era più un complimento, quel bacio non richiesto. Non c’erano più i suoi teneri abbracci. C’erano, invece, sempre più ritardi, sempre più cene con gli amici. Partite da giocare e ostinati silenzi che avvolgevano le ore che trascorreva di fronte ad uno schermo pieno di sport. Le domeniche si sfilacciavano lente con un lui sempre più preso da giornali finanziari, computer e conti. Sottrazioni, addizioni, calcoli di interessi. Fondi di investimento, azioni, Bot, Cct. Se l’operazione fosse andata a buon fine avreste comprato una macchina nuova, un motorino nuovo o addirittura una casa nuova, continuava a ripetere con quel modo saccente da ragioniere. Purtroppo, avevi compreso, nessun gioco finanziario avrebbe potuto farti riacquistare il suo amore, i suoi abbracci, le sue carezze, la sua voglia di far l’amore con te.
Avevi pianto in silenzio, quando nessuno ti poteva vedere. Non avevi detto nulla a nessuno. Avevi costruito una maschera felice senza macchia. Non avrebbe giovato chiedere aiuto a qualcuno.
Sei tornata in ufficio. Hai iniziato la nuova vita della mamma lavoratrice in una grande città: lasciare la bimba la mattina, correre in ufficio, approfittare della pausa pranzo per fare la spesa, arrivare alla fine della giornata di lavoro, scappare a riprendere la piccola, di filato a casa, preparare la cena, prima per Marta, poi per voi. Una cena da consumare in silenzio con la banale scusa della bimba che dormiva a farvi compagnia. Sistemare la cucina, mettere finalmente a letto la bambina e quindi trovare anche lui già addormentato, magari sul divano del salotto. Rimanevi in silenzio, intontita dalla stanchezza, dalla delusione, dalla rabbia, dalla voglia di prenderlo a pugni, di piangere, di baciarlo, di fare l’amore con lui.
Sono passati gli anni in questo modo, Marta è diventa sempre più grande e tu chiudi i tuoi desideri sempre più in fondo al cuore, dietro quella maschera sempre più amara e facile da indossare. Lui continua ad accumulare i suoi risparmi per la famiglia e guarda la partita il mercoledì sera. Tu lavori, cucini, accudisci la bimba, sistemi casa: tutto normale. Tutto routine.
Fino al giorno in cui lo incontri. Ti ha guardato dritto negli occhi, solo un attimo, solo un secondo. Forse è arrossito, ha abbassato lo sguardo ed è scivolato via senza dire nulla. Lo hai seguito con lo testa mentre attraversava la porta dell’ufficio. C’erano stati altri incontri, sempre simili al primo. Una volta ti aveva anche sorriso, nulla di più, ma quel sorriso sincero e tenero ti aveva illuminato l’intera giornata. Hai dovuto fare la prima mossa, hai chiesto il suo nome al portiere che passando salutava sempre, lo hai cercato nell’elenco aziendale e lo hai invitato a prendere un caffé. Ha accettato ridendo il tuo inaspettato invito.
È stato amore, pazzesco, dolce, divertente, senza nascondimenti. Solo amore. Era tutto perfettamente semplice. Nulla era come avrebbe dovuto essere, se non la voglia di stare insieme, di parlare, di condividere i libri, le poesie, la musica, l’amore che rubavate agli altri, quando sareste dovuti essere da un’altra parte. Quando tutti sapevano che eravate in un luogo dove invece non c’era nessuno.
I tuoi occhi incontravano i suoi, le sue carezze ti riempivano di gioia, i suoi baci, dietro l’orecchio destro, in quel posto che rimarrà per sempre suo, ti facevano rabbrividire e ti riempivano gli occhi di lacrime. Quei momenti, rubati al tempo degli altri, avresti voluto non finissero mai, lo avresti tenuto per sempre stretto a te. Lo amavi come forse neanche lui aveva mai capito. Era speciale, particolare, dolce, forte, capace di gesti semplici che ti riempivano la vita. Sapeva parlare per ore, senza smettere, riusciva ad immaginare una vita che non avreste avuto mai. La viveva quella vita, facendotela vivere tra le sue parole, portandotici dentro, come quando ti faceva correre sulla sua moto. Sicuro, veloce, tenero, quando affrontava una curva, scalando la marcia e accelerando di nuovo per ritrovare il lungo rettilineo.
Così erano i suoi racconti le sue fantasie e tu ti lasciavi scivolare dentro, chiudevi gli occhi e vivevi con lui quella gioia infinita, fatta di sogni, di realtà che potevano essere vere solo a metà. La sua gioia, la voglia di vivere, le piccole manie e le sue idiosincrasie si propagavano in te, donandoti una dimensione nuova. Era tutto nuovo, riusciva ad anticipare desideri che scoprivi di avere solo dopo che lui li aveva soddisfatti. Si avvicinava a te, sempre come se fosse la prima volta. Ti eri accorta, standogli vicino, che gli batteva forte il cuore, che le sue pupille si dilatavano leggermente se ti si avvicinava. Adoravi guardarlo, sentirti toccare dalle sue mani. Il suo profumo ti rimaneva incollato per ore, quando vi lasciavate. Sapevi di essere una bella donna, te lo facevano capire gli sguardi degli uomini quando camminavi per strada, quando ti si affiancavano al motorino, ma sentirtelo dire da lui, così come lo diceva lui: con quell’amore da bambino, con il suo sorriso da uomo, era gioia pura. Ti sentivi bella, eri bella, di nuovo bella, di nuovo desiderata.
Una vita segreta fatta di un amore di parole, che riempivano i messaggi quando la vita reale vi teneva lontani. Sotterfugi da adolescenti per leggere un amore annunciato da una piccola vibrazione del cellulare tenuto nascosto sotto il cuscino. L’attesa impellente di un minuto da sola per trovare il calore dell’amore sul display colorato di blu.
Non avevi più voluto vederlo; non lo volevi più vicino a te. Non gli avevi neanche detto perché. Una frase falsa, tanto per allontanarlo. Avevi chiuso gli occhi e con essi il tuo animo. Non lo volevi più. Aveva fatto di tutto: ti era corso dietro, ti aveva pregato, aveva pianto. Non lo volevi più accanto a te. Ti aveva scritto, telefonato, ti aveva seguito, perseguitato. Non lo hai più voluto vedere. È finita, e questo è tutto.
Era stato dolce, aveva provato la comprensione, l’ira e le urla. Non capiva, ma a te non importava. Lo guardavi, con la tua maschera di nuovo sul viso. Stringevi le labbra e alzavi le spalle senza rispondere. Gli occhi suoi rossi dal sonno che non riusciva a prendere, incrociavano l’azzurro dei tuoi che lo squadravano decisi. Giornate intere a dilaniarsi le anime e i cuori.
Lo incontravi in ufficio, incrociavi il suo sguardo pieno di rancore, di dolore, di amore. Non ti ha più parlato, non c’è più riuscito. Ha inventato anche lui il suo modo per allontanarti, ha inventato un nuovo mondo senza te.
Ti riscuoti, una lacrima scorre lentamente sulla tua guancia. La tazza del caffé, ancora piena, si è ormai raffreddata. Guardi fuori, piove ancora. Ancora silenzio, ancora notte. Non avrebbe potuto capire, non poteva capire. Nessuno avrebbe potuto comprendere. Non c’era nessuno a chi avresti potuto spiegare. Avevi deciso tutto da sola, avevi fatto tutto da sola. Era bastato poco. Un po’ di coraggio.
Avevi sepolto di nuovo tutti i tuoi desideri in fondo al cuore, lo avevi chiuso a doppia mandata. Avevi distrutto tutti i ricordi, le sue fantasie. Avevi gettato via i suoi libri, la sua musica, le sue poesie. Ora lo odiavi. Lo odiavi con tutto il cuore, perché ti aveva insegnato a sognare di nuovo e ti aveva di nuovo fatto sentire bella e desiderata. Ti aveva ricordato come ci si sentiva ad amare ed essere amata. Lo amavi.
Lasci la tazza del caffé sul comodino, a fianco al letto, poggi lentamente la testa sul cuscino. Tuo marito respira lento voltato dall’altra parte. Guardi la sua schiena. Senti Marta girarsi nel lettino, borbottando qualcosa nel sonno, nell’altra stanza.
Ti rannicchi in un angolo nel letto, chiudi gli occhi ormai pieni di lacrime e pensi che nessuno saprà mai che aspettavi un figlio da lui.
I passi risuonano nel cortile ancora addormentato la mattina presto. Rondini, planando sul pelo dell'acqua della piscina a caccia di insetti, si lasciano dietro una piccola scia di motoscafo. Da una finestra aperta del primo piano qualcuno canticchia a bassa voce: " ...dammi tre parole: sole, cuore, amore. Dammi un bacio che non fa parlare...". Odore di caffè appena preparato solletica il naso, facendo uggiolare il mio stomaco. Scendo i dodici scalini della rampa sporca del garage, quindici passi in avanti, svolto a destra: sette passi. Premo sul tasto del telecomando dell'antifurto: scattano secche le serrature, i fanalini delle frecce occhieggiano rassicurandomi con un sonoro BIIP, BIIP. Salgo in auto; l'odore della macchina pulita mi fa bene, mi fa sentire in ordine, con la vita e con me stesso. "Veramente c'è un pò di polvere, se posso poi la porto a lavare". Pochi secondi bastano per riscaldare le candelette dell'accensione... Mi ricordo quando si doveva accendere la macchina di mio padre, se non passava almeno un minuto, non si partiva. C'erano quei momenti di sospensione, che eri già in viaggio, ma non eri ancora partito! Si rimaneva tutti in silenzio, poi la fida Peugeot celestina dava un colpo di tosse, un filo di nerofumo usciva dal tubo di scappamento. Ricordo che guardavo mio padre con ammirazione, lo guardavo impegnato a guidare ed ero fiero di lui: che fosse mio padre. Si parlava, si dicuteva per ore. Si viaggiava sul filo dei centoventi senza troppo preoccuparci. Viaggi che oggi sembrano uno scherzo li pianaficavamo per tempo, si preparava l'auto. Il mattino ci si alzava presto, mio padre ed io eravamo i primi a scendere, si caricava, si scherzava un pò e poi si facevano scendere gli altri. Mio padre guidava ed ascoltava musica classica o jazz. Si parlava di scuola. Mi beccavo ramanzine lunghe quanto un'autostrada, ma era tutto bellissimo. Lui era lì, forte comne quercia, dolce come un padre. Gli occhi celesti mi guardavano e sapevo che mi voleva bene. Sapevo già tutto di lui, ma mi piaceva farmelo raccontare, mi piaceva pensare che lui si fidasse di me. Quando si voltava verso di me, seduto sul sedile del passeggero, mi guardava, allungava una mano e con il palmo mi accarezzava la testa con un gesto che solo con lui aveva un significato speciale. Mi diceva, quel gesto: "Sei mio figlio, ti voglio bene e tu ne vuoi a me". E' stato anche l'ultimo gesto cosciente di mio padre. E' stato terribile vederlo su quel letto di ospedale, non più in grado di vedere o sentire, ma con il cuore ancora deciso ad andare avanti. Io dovevo essere quello più forte, ma non ce l'ho fatta. Sono uscito, mi sono seduto fuori. Piangevo. Piangevo lacrime che avevo messo via da parecchio tempo. Poi qualcuno mi sussurrato in un orecchio: "E' finito!" Che vuol dire? Mio padre sono oltre dieci anni che non c'è più. Che non mi parla più e oggi sono io quello ad essere guardato dal sedile del passeggero. Mia figlia mi guarda. Ogni tanto, mi volto piano, cercando di non farmi vedere e scopro il suo sguardo rivolto verso di me. Allora allungo il braccio e con tutta la tenerezza del ricordo le accarezzo il capo e le dico con quel gesto: "Sei mia figlia, ti voglio bene e tu ne vuoi a me."
Ci vuole un minuto per notare una persona speciale, un'ora per apprezzarla, un giorno per volerle bene, ma poi tutta una vita per dimenticarla. Charlie Chaplin